ANDREA GIUDICI

Franco forte, pensiero debole

La Svizzera ha il più basso tasso di disoccupazione europeo, se si eccettua il Lussemburgo. La metà della Francia, un terzo dell’Italia. Ciò sebbene il nostro paese occupi un numero crescente di immigrati, specie europei, fenomeno che ha determinato una preoccupata reazione di popolo e cantoni, la quale deve essere rispettata. Il saldo attivo medio di 50'000 immigrati negli ultimi anni non ha prodotto in generale maggiore disoccupazione e dimostra la solidità dell’economia. Diverso il discorso per i cantoni di frontiera, come il nostro, soggetti a un’esplosione del frontalierato conseguente alla libera circolazione.

La nostra sanità è eccellente, benché costosa, offerta a tutti. La fiscalità è fortemente progressiva e l’AVS fortemente redistributiva. Gli importanti effetti redistributivi e sociali della fiscalità sono già stati calcolati in anni ormai lontani dal prof. Baranzini. Gli ultimi dati confermano questa constatazione. Un quarto dei potenziali contribuenti ticinesi sono esenti, l’8% dei contribuenti con redditi di oltre 100'000 franchi paga la metà delle imposte, 4'200 persone fisiche (cioè il 2,2 %) contribuiscono al 31% del gettito totale delle persone fisiche, il resto è a carico del ceto medio. Solo una sinistra ideologicamente legata a schemi di guerra di classe propone il mantra di un’ulteriore ridistribuzione statale della ricchezza, nuove imposte sulla sostanza, sulle successioni. Tasse speciali sempre progressive rispetto al reddito, costi ulteriori dell’energia a carico di imprese e privati, sussidi a favore di rinnovabili promossi da lobby verdi, che hanno portato a risultati disastrosi in Germania e negli USA, ma anche in Svizzera con fallimenti o enormi perdite (Meyer Burger, Huber & Suhner, Solarworld, Pramac di Riazzino). Il tutto sganciato dalla realtà di un’economia ormai globalizzata. Sullo sfondo una demonizzazione dell’impresa, i cosiddetti “padroni”.

La decisione di non partecipare all’UE è stata provvida come dimostrano i fatti. Il declino economico dell’Unione, l’accumulo dei debiti e la svalutazione di un terzo dell’euro rispetto al franco nel giro di 10 anni ne sono le prove evidenti. Meno provvida è stata la politica estera nell’ultimo quadriennio verso la OSCE, con la ratifica precipitosa dello scambio di informazioni, dannosa per la trattativa bilaterale con l’Italia, verso gli USA, con ricatti subiti e perfino accelerati, come l’entrata in vigore della FACTA.

Sono gli effetti lunghi di un governo federale debole e in contrasto con le forze elettorali nazionali. Sbilanciato a sinistra con l’elezione della signora Schlümpf e i suoi successivi condizionamenti. Oggi si discute di una sua nuova rielezione, sostenuta dalla sinistra e ancora da una parte del PPD, Verdi liberali, pur di danneggiare UDC e PLR. Verrà il tempo, prima di ottobre, di chiedere ai partiti storici e ai loro candidati alle camere da che parte si schiereranno in questa partita fondamentale, personale, ma soprattutto politica.

I media politicamente corretti europei festeggiano le decisioni della BCE di stampare moneta, di svalutare l’euro, ignorandone gli effetti sulla generalità dei risparmiatori.

In contrasto con le regole di Maastricht sui bilanci statali e sulla diminuzione dei debiti pubblici, che invece continuano ad aumentare in Italia, Francia e Grecia. La proposta di non pagare affatto il debito pubblico, eufemisticamente “ristrutturarlo”, è diventata discorso accettabile o almeno discutibile nel dibattito politico. Le finanze della Confederazione sono invece sane, la rivalutazione del franco dovrebbe portare a ridurre i costi delle importazioni e quindi i prezzi, sia per le aziende sia per i privati e quindi consumatori. Lo Stato dovrà ridurre la tassazione sulle imprese, eliminare la tassa di bollo, cancellare o almeno congelare una regolamentazione cresciuta senza freni a carico di imprese, consumatori, proprietari di immobili, assicurati, automobilisti, eccetera.

Sebbene sia vigente il libero mercato, è stato calcolato che metà dell’economia svizzera è direttamente o indirettamente controllata dallo Stato (trasporti, agricoltura, energia, sanità, territorio e comunicazioni). “La moneta forte caccia la moneta debole” era insegnato nei corsi di economia. La moneta forte era la prova di una nazione forte economicamente. La decisione della BNS ha portato a commenti di sfiducia nei media, quasi fosse un declino non più sostenere la soglia minima di 1.20 rispetto ad un euro in caduta libera anche sul dollaro. I soloni universitari televisivi spiegano a posteriori come si sarebbe fatto meglio e di più. Alcuni effetti negativi saranno indubbiamente registrati in aziende e regioni (Ticino compreso), ma la volontà di mettersi in gioco, gli investimenti in settori a grande valore aggiunto, posti di lavoro a metà tempo, una politica dei salari applicata con ragionevolezza consentiranno di superare queste difficoltà. Certo ci vuole fiducia nella nostre potenzialità di adattamento.

Il cantone Ticino ha finanze fragili e strutturalmente deficitarie. Una correzione è necessaria e urgente, specie sul lato della spesa ordinaria, a costo di interventi impopolari. Lo Stato non può immaginare di intervenire con supporti finanziari diretti all’economia se non è neppure in grado di reggere e correggere responsabilmente i propri conti e modificare la fiscalità in senso favorevole a chi crea lavoro. In queste condizioni è da augurarsi che il prossimo Consiglio di Stato sia pronto ad affrontare le nuove sfide. Una sua composizione con profili di competenza economica sarà benvenuta e perfino necessaria.

Last modified on Giovedì, 26 Febbraio 2015 23:46

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